Calcio, Chievo-Livorno 3-0. Una squadra senza identità

Di Marco Frosini, www.amaranta.it

logo_livornoIl calendario, nelle ultime giornate, ha riservato al Livorno una serie di scontri da incubo. Dopo il successo interno con l’Atalanta, i ragazzi di Nicola si sono presentati a San Siro, da un Inter vogliosa di confermare quanto di buono fatto nell’ultima uscita sul campo dell’Udinese (3-0): al novantesimo sono i nerazzurri a far festa, per merito delle reti di Jonathan (su gentile concessione di Bardi, uno pochi errori del suo campionato fino ad allora) e di Nagatomo, abile a mettere il sigillo su una partita che, tutto sommato, aveva visto gli ospiti tenere bene il campo contro un avversario nettamente superiore.

Sette giorni dopo è il turno della Juventus, di ritorno al “Picchi” dopo tre anni e mezzo (l’ultima volta, il 6 Febbraio 2010, fu 1-1, con reti di Antonio Filippini e Legrottaglie): i bianconeri arrivano in terra labronica con numerose defezioni tra squalificati ed infortunati, conquistando i tre punti grazie alle reti di Llorente e Tevez, che riescono a trovare la via del gol soltanto dopo un’ora di gioco. I padroni di casa, a differenza di quanto visto a Milano, reggono per più di un’ora, disputando i primi venti minuti della ripresa con un’intensità ed una determinazione degne delle migliori squadre dell’intero campionato. Quello però che non convince ancora è il reparto offensivo, orfano di Paulinho (squalificato), e povero di iniziative: Siligardi stringe i denti e sacrifica il suo proverbiale gioco offensivo per una partita di contenimento e ripartenze, senza mai trovare lo specchio della porta;  Emeghara, ancora alla ricerca della prima rete tra le mura amiche, stenta ad esprimere le qualità che ne hanno fatto un giocatore fondamentale per il Siena versione 2012/2013: le sue sette reti in 17 partite con la maglia della Robur sembrano lontane anni luce da quel giocatore che sembrava dover trovare in Paulinho la giusta spalla d’attacco.

Arriviamo alla partita di Verona. Una partita importante per entrambe le squadre, provenienti da situazioni abbastanza diverse, ma unite nel destino: gli scaligeri, freschi del successo all’ultimo secondo con i cugini dell’Hellas, tornano alla vittoria dopo due mesi di astinenza (2-1 all’Udinese alla quarta di campionato), e cercano conferme sul proprio campo; il Livorno, come già detto, nelle ultime due giornate ha collezionato altrettanti ko, e sale a Verona per trovare quel successo che manca dal match interno con l’Atalanta (1-0).

Al novantesimo, quello che si presenta agli ochchi dei tifosi amaranto è una situazione inbarazzante, paradossale se pensiamo all’avvio di campionato di Paulinho e soci. Il Livorno esce sconfitto per 3-0 sul campo di una squadra che, fino alla settimana scorsa, sembrava destinata ad un campionato di stenti. Una sconfitta completa, su tutti i fronti: gli uomini in grigio (questo il colore della maglia dei labronici quest’oggi al “Benteodi”) escono dal rettangolo verde senza attenuanti, senza recriminazioni, e, soprattutto, con tanti dubbi sul futuro.

Dubbi sulla tenuta di una difesa che, nonostante tutto, ha nel proprio organico elementi come Rinaudo, tornato a vedere la luce dopo un paio di stagioni di anonimato, o come Ceccherini, che quest’anno sta confermando quanto di buono lasciato intravedere nel corso dello scorso torneo cadetto. Perfino Bardi non sembra più quelo di Marassi, bensì un portiere per il quale le belle parole spese dalla sua proprietà (l’Inter) sembrano averlo distratto da quelli che sono e restano gli obiettivi di questa stagione; sicuramente il futuro del portiere dell’Under 21 sarà più che roseo, ma quello che si augurano i tifosi livornesi è di non trovarsi nuovamente un Candreva in squadra (a buon intenditor…). Qualità e convinzioni che, oggi, sono crollate sotto i colpi dei Thereau e dei Lazarevic.

Stesso discorso per la mediana, oggi senza capitan Luci ma con un Biagianti in più, che è naufragata nel mare del gioco dei gialloblu; l’intero pacchetto centrale, composto dal centrocampista fiorentino, da Emerson (anche oggi in veste di regista basso) e dal talentuoso Greco, è naufragato nel mare del gioco gialloblu, arrendendosi di fronte ad una squadra che non sembra avere così tante qualità in più.

Altra nota dolente, dolentissima, è il reparto avanzato: Paulinho resta l’unica certezza, nonostante rimanga il solo elemento di spessore nell’attacco labronico; contro il Chievo si è sacrificato come in altre situazioni, senza però essere appoggiato come faceva Dionisi soltanto un anno fa. Su Siligardi ed Emeghara i commenti si sprecano: il primo resta un talento indiscusso, che però deve ancora confermarsi nella massima serie, il secondo non riesce a ripetere le prestazioni di Siena. Borja, fin’ora utilizzato con il contagocce da Nicola, resta un oggetto misterioso.

Quello che sembra palese, a questo punto del campionato, è la mancanza di convinzione nella testa e nei piedi dei giocatori: il gioco, spesso, è fluido e divertente, pur non rivelandosi efficace ai fini del risultato; piuttosto, è preoccupante come l’intera squadra alzi bandiera bianca alle prime difficoltà: soltanto nella partita interna con il Torino si è visto il carattere tipico della squadra che lo scorso anno ha conquistato, con le unghie e con i denti, una promozione neanche auspicabile ad Agosto.

A questo punto è doveroso, da parte di tutti, fare cerchio attorno alla squadra, affinché si ritrovi, oltre al gioco, anche quella convinzione che, soprattutto dopo la batosta di Verona, sembra lontana.

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